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martedì 20 ottobre 2015

[Arcobaleno d'inchiostro] - Questione di interpretazione, Rubrus (incipit)

QUESTIONE DI INTERPRETAZIONE

Di Rubrus

Quando l'SMS arrivò nel lussuoso studio legale di Manhattan, Frederick Corbett stava spiegando ai suoi clienti perché non dovevano preoccuparsi della class action intentata contro di loro.
«Prima avete detto ai lettori perché il mondo sarebbe finito il 21 dicembre 2012, poi avete detto loro perché il mondo non sarebbe finito il 21 dicembre 2012. Avete tirato su un bel po' di quattrini, ma avete offerto loro la libertà di credere o no e la libertà è il valore fondante di questa nazione... anche se tu, Harry, potevi evitare di chiamare Age of Aquarius la tua catena di pescherie. In ogni caso non si può parlare di abuso della credulità popolare e...».
In quel momento il cellulare di Frederick Corbett ronzò. Tutti i cellulari lo fecero e tutti i presenti obbedirono alla regola universalmente accettata secondo la quale, qualunque cosa stia dicendo il vostro interlocutore, colui che sta cercandovi al telefonino ha la precedenza.
Il messaggio arrivò in contemporanea non solo a Frederick Corbett e ai dodici sedicenti esperti di esoterismo presenti nella sala riunioni, ma a chiunque, sul pianeta, possedesse un cellulare o un apparecchio simile: dal  presidente Obama al presidente Xi Jinping e dai pescatori al largo della costa cilena ai carovanieri beduini nel mezzo del Sahara.
Era scritto in inglese, cinese, francese, spagnolo e arabo e, benché vi fossero diverse interpretazioni (era scritto con non poche sgrammaticature e i caratteri non erano perfettamente leggibili),  la versione accettata fu, alla fine, quella proposta dai clienti di Frederick Corbett e dai loro numerosi colleghi esoteristi o parapsicologi o antropologi o etnologi o, tanto per non sbagliare,guru, sparsi  in ogni parte del globo. Diamine, non erano stati loro a dire che, il 21 dicembre 2012 il mondo sarebbe finito o sarebbero arrivati gli alieni o vi sarebbe stato un cambiamento o, insomma... sarebbe successo qualcosa?.
Fatto sta che, in un tempo straordinariamente breve, l'orbe terracqueo fu concorde nell'affermare che il messaggino, di indubbia provenienza extraterrestre, ammoniva: “Vostro livello aggressività intollerabile. Provvedete entro un anno o interverremo”.
Nel periodo che seguì, l'intero pianeta si diede, effettivamente, un gran daffare.
Le prime a cessare furono le guerre tra Stati. Ci fu qualche momento di imbarazzo all'Onu quando due dittatori africani annunciarono che la guerra tra i loro paesi era terminata e fu palese che la maggior parte dei presenti era del tutto all'oscuro dell'esistenza delle summenzionate nazioni.
I conflitti che vedevano coinvolte a vario titolo le organizzazioni criminali (mafie, triadi, yakuza, cartelli) cessarono altrettanto facilmente. Il crimine non richiedeva necessariamente l'uso della forza.
Per le rivoluzioni fu un tantino più complesso, ma non pochi rivoltosi, considerato che il dio per il quale combattevano poteva sì comunicare in molti modi, ma non per telefono, giunsero alla conclusione di aver preso una cantonata clamorosa e risolsero il problema suicidandosi. Quelli che combattevano per un ideale non se la cavarono meglio perché finirono per scannarsi tra loro.
Naturalmente l'aggressività non fu eliminata del tutto. 
Qua e là c'erano ancora delle risse, nelle famiglie qualche scapaccione volava lo stesso e le riunioni di condominio erano bellicose nel solito, vecchio modo.
C'era da considerare, inoltre, che la violenza, quella fisica in particolare, non era la sola forma di aggressività e, a voler essere pignoli...
Insomma, quando, un anno dopo il messaggio, satelliti e radar di tutto il pianeta segnalarono l'avvicinarsi di una flotta aliena, l'umanità intera si sentiva come uno scolaro che spera di aver studiato abbastanza per strappare, magari con un po' di fortuna, una risicata sufficienza.
E, in effetti, Djexe – Kah, dietro il quadro di comando nell'astronave ammiraglia, mentre attendeva il rapporto del Comandante della Squadra Tattica, poteva, in qualche modo, ricordare un professore vecchio stampo.
I suoi grandi, umidi occhi neri ed i suoni flautati emessi dalla spirotromba che ne costituiva l'apparato boccale avrebbero fatto la gioia di qualunque hippie vecchio stampo o seguace della New Age, ma un ipotetico spettatore sarebbe stato colpito soprattutto dai movimenti delle sue quattro braccia, o dall'accendersi e dallo spegnersi delle sei antenne bioluminescenti  poste sulla sommità del capo.
Era con queste ultime che, con un complesso linguaggio binario, Djexe – Kah, Comandante in Capo della flotta, comunicava col suo sottoposto.
«Non credo» disse alla fine .
«Hanno delle potenzialità» osservò il subordinato.
Djexe – Kah tacque – o meglio si spense – un attimo, per riflettere, poi decise. «Negativo. Una specie così imbelle e inerme, con una così spiccata propensione al pacifismo, non è degna di entrare nel Consesso Galattico. Date l'ordine di sterminio». 
       
               La guerra è il padre del mondo
Eraclito


domenica 13 settembre 2015

[Arcobaleno d'inchiostro] - Attaccheranno all'alba - Marco Vecchi (incipit)

                            ATTACCHERANNO ALL’ALBA
                                            Marco Vecchi

La notte è fredda sui torrioni di Duraroccia. Avamposto del nord al Valico dei Giganti. Baluardo sperduto contro la violenza dei Clan di orchi. Unico passaggio per i regni di Asenghor. La barriera naturale costituita dai Monti Hidunray rende difficile concretizzare le mire espansionistiche delle orde. Ma il tempo che tutti speravano non sarebbe mai arrivato è giunto.

Le Fate del Bosco delle Ombre hanno predetto l’arrivo del terrore...

I grifoni che si spingono oltre la catena montuosa hanno riferito di grandi movimenti nelle Foreste Sperdute, masse di orchi, troll e fiere di ogni genere.

Alcuni esploratori non hanno fatto ritorno.

La guarnigione è di poche centinaia di unità, la maggior parte formata da giovani a cui è stato imposto di fare esperienza in terre di confine.

Tutti qui hanno paura. Anche io. Sapere che da un momento all’altro tutto potrebbe finire è sfiancante. L’ideale di combattere per un più alto obbiettivo potrebbe essere schiacciato dalla volontà di vivere qualche giorno in più, dandosi alla fuga.

Il mio compito è tenere compatto il tutto. La Rocca e i soldati.

[Arcobaleno d'inchiostro] - La Gemma Dorata, Paolo Romboni (incipit)

La Gemma Dorata
Paolo Romboni

Le tre lune erano ancora alte nel cielo di Safren. Kalia era sicura, sarebbero riusciti ad arrivare alla Montagna Volante prima che calassero le tenebre. La temperatura era ancora ottimale per proseguire, ma da li a poco il gelo li avrebbe divorati tra le sue voraci fauci.

Il sentiero era tortuoso e scivoloso, a causa delle pozze di linfa liquefatta degli alberi di fuoco.

I tre Eliopi, affondati con gli zoccoli nella linfa, proseguivano lenti agitando la proboscide e stridendo i lunghi denti aguzzi. Halen premeva forte con una mano sulla ferita inferta dal Drago Nero prima di cadere a terra esanime, sotto i colpi dei tre Cavalieri, il Drago lo aveva ferito ad un braccio, con uno dei suoi artigli acuminati. Per poco non ci aveva rimesso la vita, se non fosse stato per la prontezza di Giutran che gli aveva succhiato via il veleno, medicandolo con foglie di Dopo l'ultima battaglia i tre Cavalieri avevano dato un bel distacco all'Armata Distruttrice. Orde di orchi marciavano senza tregua, devastando tutto ciò che trovavano lungo la strada, uccidendo umani e bruciando interi villaggi, senza lasciare nessun superstite dopo il loro passaggio. Non potevano ancora cantar vittoria, i segugi sentivano il loro odore anche a distanza di miglia e miglia.

I lupi grigi quando sentivano l'odore della preda, non si davano per vinti fino a quando non riuscivano ad assaporarne la carne e a berne il sangue. E le prede, adesso erano loro.

sabato 12 settembre 2015

[Arcobaleno d'inchiostro] - L'ombrello fatato - Franca Marsala (incipit)

L’OMBRELLO FATATO
Franca Marsala


L’ometto infilò il suo impermeabile blu e uscì di corsa. Era in ritardo per l’ufficio. Sbuffò e arrancò fino alla fermata dell’autobus. C’è sciopero, lo avvisarono senza pietà. Si incamminò ancora più nervoso. Cominciò a piovere, lui era senza ombrello. Fortunatamente incontrò una vecchina carica di ombrelli che vendeva a buon prezzo. Ne acquistò subito uno e riprese la strada sollevato. A un tratto, però, si sentì veramente sollevato, non più soltanto in senso figurato. Le scarpe si staccarono dal suolo e si ritrovò in alto, sempre più in alto tanto che le nuvole gli sfioravano il viso e gli facevano il solletico. Che succede, si chiese stringendo il manico con forza. Diede un’occhiata in basso. Erano tutti piccoli laggiù in fondo. E anche buffi, così veloci, sembravano formiche impazzite.

Lui, invece, stava bene, era quasi felice.

venerdì 11 settembre 2015

[Arcobaleno d'inchiostro - POLVERE DI FATA, Daniela Zampolli (incipit)

POLVERE DI FATA
di Daniela Zampolli

Il cielo era buio, grossi nuvoloni neri si intrecciavano sopra il castello dandogli un aspetto sinistro e tenebroso.
Tutto intorno era silenzio, gli animali della foresta circostante tacevano ognuno nei propri nascondigli, terrorizzati da quanto sarebbe potuto accadere.
Si udiva soltanto il rumore del vento che sibilava tra i rami fitti degli alberi agitando le loro foglie facendole cadere sul terreno come una coperta ingiallita.
La scomparsa della principessa aveva gettato nel panico i regnanti, nessuno sapeva più cosa fare, soltanto Ares con il suo noto coraggio in sella al suo fedele destriero si era avventurato alla volta della foresta per trovare la sua amata.
Il drago non poteva essere lontano e lui lo aveva già affrontato una volta senza paura.
Inoltrandosi sempre di più nella fitta boscaglia ad un tratto sentì una musica soave, sceso da cavallo cercò di capire da dove provenisse e proseguendo a piedi, dietro fittissimi cespugli, trovò un bellissimo laghetto che sembrava incantato. Aveva la sensazione di essere fuori dal mondo, in uno scenario da fiaba.

giovedì 10 settembre 2015

[Arcobaleno d'inchiostro] - IL MANOSCRITTO MISTERIOSO, Nicoletta Fanuele (incipit)


IL MANOSCRITTO MISTERIOSO
Nicoletta Fanuele

Erminia si svegliò di soprassalto nel cuore della notte, accaldata, sudaticcia e con un unico pensiero fisso. Raggiunse la cucina, aprì il frigorifero, versò un bicchiere d’acqua ghiacciata e lo bevve tutto d’un fiato. Poi tornò in camera e guardò fuori dalla finestra. Il suo sguardo balzò subito verso l’alto e fu catturato da una strana luce. L’antica villa che sovrastava il paese, da decenni disabitata, era stranamente illuminata.
Faceva caldo, troppo caldo, l’afa d’agosto non accennava a placarsi neppure in quel paesino di provincia.
Continuò a guardare fisso lì, in alto, per alcuni istanti. Il caldo era diventato soffocante. Erminia indossò una canotta e un pantaloncino e uscì di casa per prendere una boccata d’aria. Afferrò le chiavi di casa e lasciò sbattere dietro di sé la porta. Si ricordò di aver dimenticato di portare con sé il cellulare. Non se ne curò. Si incamminò e, senza rendersene neppure conto, raggiunse l’antica villa.
Era sempre stata una gran curiosa, sin da bambina aveva sognato di diventare una scrittrice di racconti mistery. E in parte vi era riuscita: curava, infatti, una rubrica di racconti brevi di genere per un settimanale.

[Arcobaleno d'inchiostro] - L'elfo Brambilla, Antonio Borghesi (incipit)

L’elfo Brambilla
Antonio Borghesi

Certo che, dove gli altri si chiamano: Galweg, Evromord, Curufinwë, Cúthalion, Nimloth, Nimrodel, Vëannë e così via, il fatto di chiamarsi Brambilla non lo avvantaggiava per niente. Nella Terra di Mezzo lui, l’elfo con quel cognome, era dileggiato da molti ma soprattutto dai Tuc, la famiglia più ricca della Contea che viveva in una grande caverna con moltissime finestre e tunnel, simboli della loro potenza e ricchezza. L’elfo Brambilla, di statura minuscola ma con mani e piedi grandi, come d’altronde tutti quelli della sua razza sturoi, non era portato alla violenza però raggiunti ormai i trent’anni non accettava più gli stupidi scherzi con cui lo continuavano ad affliggere i Tuc suoi contemporanei. Aveva pensato di raccogliere delle foglie e radici di Sambucus Ebulus, tritarle finemente e creare una pozione d’aggiungere all’ottima birra d’erica, che scorreva a fiumi durante le numerose feste nei boschi, ma non sapeva come fare per circoscrivere la dissenteria ai suoi soli tormentatori. Avrebbe dovuto inventarsi qualcosa d’altro per attirarli nella sua umile casa composta da un solo tunnel e nessuna finestra, nella quale quegli snob altezzosi non sarebbero mai entrati senza una proposta di alcunché veramente eccitante e attrattivo.

[Arcobaleno d'inchiostro] - L'eroe mai giunto, Flavia Imperi (incipit)

L’eroe mai giunto

Flavia Imperi

Te Hu Ti seguiva con lo sguardo il suo famiglio mentre planava nell’ampia volta di cristallo. Lo sguardo si soffermò sul soffitto, sospirando. Era il punto dove la Candela delle Ere, tanto tempo fa, brillava fiera e piena di speranza. Adesso la fiammella crepitava sul pavimento, in un’agonia bluastra.
Enokiel, si appollaiò su una spalla. I suoi voli ormai duravano pochi secondi.
Erano già passati dodicimila anni.

— Non posso credere di aver sprecato la mia intera esistenza — disse al suo famiglio dopo un secolo di silenzio.
Il felino alato lo guardò con i grandi occhi dorati, ardenti come stelle nel nero assoluto della pelliccia. Sulla fronte, gli intarsi arcobaleno dell’Opale sbiadivano a vista.
Un tempo dovevano apparire splendidi, loro due, pensò. Imponenti, negli ornamenti d’oro e oricalco, ultimi guardiani dell’intero scibile delle Ere Perdute. Le civiltà di cui sorvegliavano i segreti, fuori da lì, erano divenute leggenda, poi mito.
E poi… nulla.

Si guardò le mani, lasciavano a vista quella giovinezza che aveva creduto eterna.

mercoledì 9 settembre 2015

[Arcobaleno d'inchiostro] - L'alba di Amardia, Angela Aniello (incipit)

L’alba di Amardia
Angela Aniello

Amardia era lontanissima anni luce dalla Terra. Un pianeta strano, davvero strano se dovevo conviverci con quella megera di Calendula, una stregaccia che s’era fatta venire i capelli viola da quando aveva saputo della mia storia con Taruk, il figlio bellissimo del re Sole.
I miei occhi verdi e i capelli azzurri lunghi fino alle caviglie l’avevano conquistato subito. Non ero stata io a propormi, né avevo usato alcun tipo di magia.
Semplicemente ci eravamo incontrati per caso nel bosco delle Pause Splendenti sulle rive del Fiume Scarlatto della Poesia e mentre snocciolavo versi sull’amore ai pesciolini che abboccavano alla mia lenza, avevo sentito un rumore di passi alle mie spalle facendomi sussultare.
Avevo pensato subito a qualche strana creatura alata che dimorava lì e di cui avevo stravolto la quiete quotidiana col mio continuo vociare, invece mi ero imbattuta in un ragazzo perfetto. Come l’avevo sempre sognato! Si era seduto accanto a me e mi aveva baciato la mano, decantando la mia bellezza. Che dire, colpo di fulmine e colpo di felicità, se solo non avessi scoperto che Calendula, di vent’anni più vecchia di me, sdentata e rugosa, si era invaghita da tempo di lui e non consentiva a nessuna di diventare la sua fidanzata.

[Arcobaleno d'inchiostro] - Un accidenti di niente da fare - Rubrus (incipit)

UN ACCIDENTI DI NIENTE DA FARE
Rubrus

Ehro l'eroe, il Difensore del Mondo, il Luminoso, capitombolò fuori dalla taverna e rotolò in mezzo al brago, letteralmente.
Un branco di maiali aveva rotto il recinto di una fattoria nei dintorni, si era rinselvatichito e ora grufolava tranquillo nel bel mezzo della strada principale. 
Ehro si alzò barcollando e si pulì alla bell'e meglio.
Be’, non prestavano granché attenzione al Luminoso Difensore del Mondo, anche se un po' sbronzo, vuoi che badassero a un gruppo di porci?.
Un po' ci avevi sperato, però, vero? pensò incamminandosi. Be', sì, accidenti. Un po' ci aveva sperato. 
Era stato proprio lì vicino, a meno di venti leghe, che si era svolta la Battaglia Finale, e lì, lui, Ehro, aveva sconfitto Ehvil il Malvagio, liberando il mondo da Demoni, Mostri, Spiriti Malvagi e Creature del Caos. 
Era accaduto meno di dieci anni prima e, maledizione, sembravano dannatamente di più.
Si diresse verso le rovine del castello di Ehvil, lungo la strada che portava a nord ovest.

domenica 9 agosto 2015

[arcobaleno d'inchiostro] - I figli degli spiriti di Marina Paolucci (incipit)

I figli degli spiriti
Marina Paolucci

Runa abitava in paese da poco. Era arrivata in un giorno di marzo, con il vento ancora pregno di aliti gelidi dell’inverno. Portava al seguito cinque figli senza avere un uomo accanto. Destava curiosità, pena, pettegolezzi. L’invidia è una bestia villana che vomita parole.
Don Mario le offrì un lavoro part time, il mattino, alla segreteria della parrocchia. Erano coetanei, inevitabilmente levitarono maldicenze. I muri della chiesa ne udirono di tutti i colori, trattenendoli in silente compostezza. Le diede altresì ospitalità nei locali della sacrestia. Poi, si prodigò per assegnarle la casa dismessa in fondo al campo di pannocchie, vicina a una fattoria.
Runa si sistemò con la famigliola. Conobbe Libero, il fattore della porta accanto, poco più giovane di lei. Un giorno, rientrando dal lavoro, lo trovò fuori dall’uscio.
— Buongiorno Libero! Siete qui per curiosare? Sono logorata dai pettegolezzi sul mio conto. Se proprio volete saperlo, le mie creature sono figli degli spiriti.
— Accidenti, che scoop! Io dico che siete una brava mamma. Vi manca soltanto un uomo accanto.
— Grazie Libero. Sono un’anima libera, con un uomo mi sentirei prigioniera. Possiamo darci del tu?
— Con piacere.
Runa lo invitò per un caffè. Sfilò dal polso un elastico rosso e legò i capelli lunghi, lisci e neri, in un’alta coda. Cominciò a cucinare per i figli in arrivo. In casa si sprigionò un delizioso profumo di caffè tostato, misto al sapore acre del soffritto di cipolla.
Libero la mangiava con gli occhi, le piaceva. Le sue parole l’avevano appena colpito come un pugno al cuore. Come poteva rinunciare a lei?
— Mamma, che fame! Ciao Libero! — esclamò Sofia entrando.
In coro salutarono anche Pietro, Isabella, Rosa, Ivano. Lanciarono a terra gli zaini colorati.
— Runa io vado. Mi raccomando, la sera chiudi la porta di casa.
— Non temo nulla. Non chiudo mai la porta a chiave. Se i padri dei miei figli vengono a trovarli possono entrare liberamente.
— OK. Fai un’eccezione almeno sabato sera, è La Notte Nera.
— Uuuuhhhh! Che paura mammina! – urlò Ivano. Scosse Rosa prendendola per le spalle, facendola strillare.
— Lo farò se mi ricordo. Sabato i ragazzi partono con gli scout, stanno via il weekend. Sono a casa da sola, tu che fai?
— Suono con la band alla festa del paese.
— Curioso! Magari passo a sentirvi.
Libero si congedò dall’allegra ciurma.
I ragazzi pranzarono allegramente, raccontarono della mattina a scuola. Nel pomeriggio fecero i compiti. Venne presto la sera e il giorno finì tuffato nei sogni.
L’indomani fu un giorno tranquillo, Runa preparò gli zaini con i figli. Il sabato mattina li accompagnò davanti alla chiesa, al pullman. Partirono.
Lei si fermò dal panettiere. Comprò il pane poi rincasò, il sabato non lavorava. Notò la porta di casa socchiusa.
— C’è qualcuno? – gridò.
Uscì Libero con il sorriso stampato sulle labbra carnose.
— Ciao Runa. Memore della tua porta sempre aperta, sono entrato. Pensavo di trovarti. Stasera darò buca al gruppo. Ti va di cenare insieme?
— Volentieri. Ti aspetto alle venti.
Libero si ritirò felice. Tornò all’ora stabilita, puntuale, con un mazzo di girasoli misto a lavanda, un cestino contenente delle uova, un salame e un pollo nostrano. Runa apprezzò ogni gentilezza, visibilmente sorpresa.
La tavola era apparecchiata, il cibo era cotto, mancava soltanto il vino. Runa lasciò il suo ospite in soggiorno e andò a prendere una bottiglia in cantina. Lui la seguì. Nel seminterrato, la afferrò per un braccio e la attirò a sé. La baciò con ardore. Colti da un’inaudita passione, i due fecero l’amore.
Runa si ricompose e si scusò per essersi lasciata andare. Salì la scala. Al piano, si accorse che Libero era rimasto in cantina. Andò a vedere. Lo vide armeggiare con un secchio, la cantina era inspiegabilmente allagata. Fu colta da un vigoroso tanfo di benzina. Prima che potesse realizzare, lui la colpì con una bottiglia, salì la scala e chiuse a chiave la porta.
— Ti prego, apri la porta! – piagnucolò Runa.
Senza pietà, Libero appiccò un tizzone e andò in paese a sentire gli amici suonare.

[arcobaleno d'inchiostro] - La specialità della casa di Marina Den Lille Havfrue (incipit)



La specialità della casa
Marina Den Lille Havfrue


A due chilometri fuori dalla città si arriva alla trattoria “Da Gino”, un locale di poche pretese gestito dall’omonimo ristoratore e da Lilliana, sua moglie, con le giovani figlie.


L’ambiente, rustico con travi a vista, è confortevole. All’interno contempla la sala Melassa, appartata, dove si cena a lume di candela. All’esterno, possiede uno scenario romantico: un giardino con un laghetto attraversabile tramite un ponticello di legno. La cucina è casalinga. La specialità della casa è la carne, servita in ogni modo. I coperti non sono molti, circa una quarantina. I clienti spesso sono amici o degli abitudinari.


Il lunedì mattina, giorno di chiusura, Gino provvede al rifornimento della carne, mentre la moglie e le figlie si occupano di comprare le verdure, il pane, i salumi, i vini, quant’altro. Nel pomeriggio la famiglia organizza al meglio la dispensa e Gino programma il menù della settimana.


Carlo e Giuditta sono clienti abitudinari del locale. Abitano e lavorano in paese e sono fidanzati da quando sono adolescenti. Lui è tornitore presso una rinomata falegnameria, lei è operaia presso una fabbrica di arredamenti. Giuditta vorrebbe convolare a nozze con Carlo, che tergiversa e si fa sordo al suo desiderio.


Appena lei imbastisce il filo del discorso, lui, come abile sarto, ne disfa l’orlo, rimanda ogni qualvolta.


Oggi è lunedì mattina. Carlo esce da casa per andare alla falegnameria in sella alla sua bicicletta. Prende la scorciatoia dei campi che costeggia il fiume. Mentre pedala, nota Gino passare con il carrettino, poi lo vede scomparire all’istante, inghiottito in un canneto.

[arcobaleno d'inchiostro] - SILENZIO RADIO di Marco Vecchi (incipit)

SILENZIO RADIO
Marco Vecchi


Ci hanno informato che dal complesso lunare non si hanno comunicazioni da 12 ore. Adunata immediata e dalla stazione orbitante abbiamo raggiunto la Luna in quattro ore. L’area di atterraggio è libera e i piloti non rilevano attività.
Nella stiva i due mezzi che ci trasporteranno sono pronti. Noi del team anche. Dodici elementi delle forze speciali addestrati ad azioni anche in assenza di gravità. Ci divideremo in squadra Rossa, che si dirigerà verso l’impianto minerario e in squadra Blu, che farà meta nel settore tecnico. Il capitano Mosshart, che comanderà la squadra Rossa, ha dato disposizioni di recuperare il personale civile che riusciremo a trovare.
Il segnale di apertura portelli si accende e nel giro di un minuto i mezzi escono dalla navetta.
Il sergente Kerr, a comando della squadra Blu, imposta il driver automatico per l’aggancio al portale d’accesso, si volta e alza un pollice, riceve cinque confermare che siamo pronti all’azione.
Le connessioni del mezzo si attivano, i sensori registrano condizioni normali all’interno, il protocollo vuole che le armature siano in ogni caso isolate. Il portello si apre e accediamo alla camera d’inserimento. Ci schieriamo in quell’angusto spazio ed entriamo alla struttura vera e propria.
Il corridoio è debolmente illuminato, solo qualche luce è rimasta in funzione. Segni di lotta e macchie di sangue deturpano l’immacolato chiarore delle pareti. Procediamo fino al primo incrocio dove il panorama è identico a quello che ci ha accolto. Il sergente Kerr contatta Mossahart e lo informa della situazione.
Capisco che la comunicazione non è chiara perché vedo il sergente premere freneticamente i tasti sulla corazzatura dell’avambraccio, quando si accorge che lo fisso mi fa cenno di controllare la mia porzione di perimetro. Dopo pochi secondi da l’ordine di dirigersi verso la sala controllo.
Ci muoviamo serrati, cerchiamo di assorbire più informazioni possibili dall’ambiente che ci circonda e nessuna ci fa pensare di trovare qualcuno in vita, anche se di corpi non ne abbiamo ancora trovati. Appena entrati in una grande sala, i due che precedono il gruppo si bloccano e si inginocchiano, Kerr vola alle loro spalle e fa segno a noi dietro di chiudere i centottanta gradi posteriori. Il sergente chiede cosa hanno visto, la parte che stanno osservando è completamente buia. Movimento riferiscono. Interminabili secondi passano senza che nulla accada e all’ordine di muoversi si scatena l’incubo.
Sembrano sbucare dal nulla. Spariamo agli aggressori creando un muro invalicabile tra noi e loro. Reazione rapida. Abbattere tutto ciò che si avvicina. Pura sopravvivenza e basta.
Quelli che ci stanno attaccando sono gli abitanti della base lunare, o almeno quello che sono diventati.
Visi distorti e tumefatti, occhi sporgenti e vesciche nere sparse sulle parti di corpo visibili tra le tute e i vestiti laceri. Lanciano grida e si scagliano su di noi con una furia animalesca. Sono troppi e solo ora capiamo che alcuni anche dopo essere stati colpiti si rialzano e continuano l’attacco, anche senza avere più la possibilità di muoversi in maniera coordinata. Il soldato alla mia destra viene trascinato a terra da due che erano strisciati fino ai suoi piedi, cerco di farlo rialzare mentre lui scalcia in preda al terrore, il suo serbatoio di munizioni è scarico. Il sergente e altri due riescono ad aprirsi un varco e mi trascinano via mentre l’orda assassina si avventa sui nostri due commilitoni.

[arcobaleno d'inchiostro] - Canta canarina, canta di Daniele Imbornone (incipit)

Canta canarina, canta
Daniele Imbornone

Una manciata di ore sono passate dal mio arrivo in questa spelonca, e già sento la paura di aver dimenticato il colore del cielo. Al posto della tranquillità che mi aspettavo in questa vacanza in montagna, ascolto la tristezza dell'acqua che gocciola. Ho smesso di contare i suoi ticchettii, ma l'eco è profondo e oscuro e sussulto ogni volta che l'acqua si spegne su una sporgenza di roccia.
Rieccolo! è di nuovo quel rumore metallico. Le orecchie non lo sentono perché ti arriva dritto al cervello e colpisce il cuore. Dopo averti assuefatto col suo stridere minaccioso, smette; ed è allora che senti solo.
La solitudine dura poco; perché lo senti tornare, spesso accompagnato da un urlo.
Non sono sola. C'è Albert affianco a me. Ha la tibia perforata e perde molto sangue. Shon è svenuto poco più in là; anche lui colpito alla gamba destra.
Eccolo! Mi premo le orecchie con le mani, ma tremano e quello sfrusciare di piedi e quel suono metallico mi strappano il respiro, forzando il cuore a battere al loro ritmo.
Ancora non lo vediamo ma scorgiamo il suo fuoco fatuo. Anch'esso ondeggia a ritmo dei suoi passi zoppi. Per noi è un avvertimento: è vicino! Chi ha ancora le gambe intatte scappi dove l'ombra proiettata delle candele non arriva! Sono l'unica in grado di camminare; ma essere in grado e riuscirci sono due cose ben diverse. La paura e una strana eccitazione mi costringono in lacrime a terra.
Il vecchio mi viene vicino, mi guarda e poggia a terra qualcosa. Il buio non cela il mio disgusto per quelle rughe intricate e quegli occhi piccoli e inespressivi. Tra i denti ha un fiammifero che non si spegne mai.
Lo passa da un angolo della bocca all'altro, sempre, ghignando.

[arcobaleno d'inchiostro] - MI PRENDERO' CURA DI TE di Francesca R.Riso (incipit)

MI PRENDERO' CURA DI TE
Francesca R. Riso

La Silvetti spiega Foscolo mentre Alessia e Martina decidono di ritrovarsi da Federico nel pomeriggio. A casa di Alessia per pranzo, c'é il solito malumore che fa accelerare il tempo dedicato alla masticazione. Alla nonna esce della bava dal labbro e la madre non si fa scappare l'occasione per rimbrottarla.
“Che schifo mamma, usa il tovagliolo.”
Alessia prende il suo e la pulisce. Poi si alza e fa per andare in camera ma la voce del padre la raggiunge.
“Non fare come al solito signorina e vedi di dare una mano a tua madre.”
“Devo andare a studiare a casa di Federico, domani ho il compito di matematica.”
Parcheggia il motorino mentre i ragazzi la salutano dal balcone e lei lo fa con ambo le mani tenute alte sulla testa e poi infila il portone già aperto.
“Come sei seria,che ti succede?” chiede Martina.
“Nulla. Solo che...”
“Solo che? Non mi dire che hai litigato con Philip.” azzarda Federico.
“No è che, che sto pensando a nonna. Cioè è un po' che ci penso perchè non mi piace come la trattano.”
“Vabbè ma tu che ci puoi fare.” conclude Rachele.
Il messaggio ricevuto da Philip la distrae e quando esce si dirige proprio da lui. Lo individua fra i suoi amici.
Philip con un salto scende dal muretto e le va incontro, l'abbraccia.
“Stellina, mi sei mancata.”
E' ormai sera quando rientra e l'atmosfera in casa sua è sempre la stessa.
“E' questa l'ora di rientrare?” la rimprovera la madre.
“Scusa non mi ero resa conto che si era fatto così tardi. Posso darti una mano?”
“Per cena c'è dell'affettato, se vuoi aiutarmi, prepara i panini. Vado a letto, sono stanca.”
“Mamma non ti senti bene?”
Per tutta risposta si gira e lascia la cucina. Alessia fa come le è stato detto. Alla nonna che non può masticare invece, prepara una minestrina con una mela grattugiata e le porta tutto in camera. Appena apre la porta la investe un odore acre di piscio. Una morsa allo stomaco per quel corpo rinsecchito che occupa nemmanco la metà di un lettino.
“Sei tu Alessia? Tesoro scusa, non ho fatto in tempo ad andare in bagno. Non so come sia successo...”
“Shh nonna, non è successo niente. Aggrappati a me dai.”
Alessia l'aiuta a farsi la doccia, poi l'accompagna in cucina e le siede accanto mentre la nonna ancora si scusa per averle dato tanto da fare.
La mattina dopo trova la madre in cucina che sciacqua le tazze mentre l'aroma del caffè è ancora presente. Lo scatto del portoncino le fa realizzare che suo padre è appena andato al lavoro.
“Sai che nonna ieri si è pisciata addosso. L'ho lavata io. Ma come fai ad abbandonarla così. Eppure è tua madre.”
“Sono stanca. Tuo padre ed io le stiamo trovando una casa di cura dignitosa. Da noi non può più restare.”
Alessia la guarda con disprezzo. Non riesce a dirle altro. A che servirebbe?

[arcobaleno d'inchiostro] - Il pianto del rimorso di Cristina Biolcati (incipit)

Il pianto del rimorso
Cristina Biolcati


Sapeva quello che aveva visto. Ma non lo avrebbe confessato a nessuno. Perché nessuno le avrebbe creduto. Era così assurdo, anche se ne era sicura.
La vicina di fronte, quella straniera che portava sempre il burka, in realtà era un uomo. Poco prima si era avvicinata alla sua porta, - ma come faceva a sapere che lei era lì, dietro allo spioncino? -, avvolta nell’abito di seta, e con un ghigno soddisfatto le aveva mostrato un viso maschile, con un principio di barba. Nonostante l’abbondante strato di kajal sugli occhi, quello era il volto di un uomo, così come si poteva evincere anche dalla stazza e dall’incedere privo di grazia. Come aveva fatto a non notarlo prima?
E poi c’era quel pianto….un neonato che piangeva incessantemente, soprattutto di notte.
Forse all’interno di quell’appartamento un bambino era in pericolo. Ma perché non lo aveva mai visto? Uomo o donna che fosse la figura col burka, non aveva mai avuto un bambino con sé.
Era una situazione assurda. Avrebbe mica dovuto chiamare qualcuno?
Ormai non riusciva a pensare ad altro. Un neonato aveva le ore contate; quell’uomo non era chi fingeva di essere e forse voleva anche farle del male. Lì non era più al sicuro. Tutto appariva confuso e la sua vita stava precipitando. Lui la spiava. Fingeva di essere disinteressato, ma in realtà teneva d’occhio tutto quello che faceva. Ed era diffidente, ne era certa.
Ancora quel pianto….che entrava dentro. Si poteva provare a mettere la testa sotto al cuscino, ma lo si sentiva comunque. Perché? Voleva lei, non c’era altra spiegazione. Voleva distruggerla.
Bisognava agire. Doveva sorprendere quell’uomo, precederlo. Non doveva permettergli di ucciderla. Era pericoloso, lo sentiva.
Prese un coltello da cucina e uscì sul pianerottolo. Il pianto adesso pareva venire dal terrazzo che c’era sul tetto, e non più dall’appartamento di fronte. Non avrebbe permesso a quel tale di buttare un bambino dal quinto piano. Lo avrebbe salvato.

[arcobaleno d'inchiostro] - OMBRE di Diego Zucca (incipit)

OMBRE
Diego Zucca

Mi chiamo Vladimir. Mia mamma mi ha messo questo nome nella speranza che un giorno anche io possa guidare questo Paese. Ma per ora ho solo undici anni e nessuno mi chiama Vladimir, tutti mi chiamano Vova. Vivo in questa cittadina di campagna, dove ogni giorno è uguale all’altro.
Tra tutti i bambini ce n’è uno che invidio molto. Si chiama Vania. Lui racconta sempre un sacco di storie. Proprio ieri raccontava che è stato di nuovo al vecchio aeroporto militare abbandonato. Bisogna attraversare il bosco di betulle, poi passare da due ruscelli e poi, nascosto dalla vegetazione, potevi vederlo. Io non ci sono mai andato perché la mamma non vuole. E perché ho paura. Là ci sono le ombre.
Ma torniamo a Vania. Ieri è arrivato mentre io stavo giocando con Ksiusha, Masha e Vitalik. Era eccitato. Ci ha raccontato che era stato di nuovo al vecchio aeroporto. Subito aveva catturato l’attenzione delle due ragazze. Ma anche la mia. Abbiamo subito smesso di giocare e ci siamo messi ad ascoltarlo.
-Ci sono stato di nuovo!- il sorriso sulle labbra.
-Davvero? E anche stavolta le hai viste?- Ksiusha era la più interessata. E anche la più carina.
Non c’era nemmeno da chiedersi che cosa avesse visto. Tutti sapevamo che parlava delle ombre.
-Certo che le ho viste. Però stavolta credo di sapere chi siano.- poi è rimasto in silenzio, per accrescere la nostra curiosità.
-Chi?- ha chiesto Masha, impaziente.
-Credo che siano fantasmi di vecchi agenti del KGB.
-E come fai a saperlo?- Vitalik era scettico.
-Oggi ero nascosto tra due vecchi camion, quando ho visto passare le ombre…
-Ma non avevi paura?- Ksiusha era affascinata.
Vania tirò su col naso:
-Non sono mica un moccioso! Ero lì, quando le ho viste passare. Passavano veloci, nessuno mi vedeva. Poi ad un certo punto un’ombra simile ad un cane mi deve aver scorto. Ha iniziato ad abbaiare contro di me. Io ho cercato di fargli una carezza, ma era impalpabile. Poi sono andato via.

[arcobaleno d'inchiostro] - Altrove di Matteo Pisaneschi (incipit)

Altrove

Matteo Pisaneschi



L’attico di casa del ragionier Banti aveva due finestre.

Una, sulla parete ovest, era in legno e vetro e due ante, e si apriva sul banale tran tran di via Veneto.

Dall’altra, sul lato opposto, Banti avrebbe potuto ammirare l’alba. Avrebbe. E non perché a est l’edificio si affacciava sulla pineta di Malerba, con i sempreverdi a fare da coperta al sole nel suo destarsi. L’altra era dipinta, chiusa e fissa nel suo affresco di bosco al chiaro di luna. Si apriva cieca, come un occhio di vetro, e altrettanto inutile se non per una mera funzione estetica.



«Strano», aveva commentato Banti durante la prima visita, assieme all’agente immobiliare, a quella villetta in vendita. Avvicinatosi al dipinto, la faccia schiacciata al muro, Banti aveva notato una minuscola scritta sul finto serramento.

«Altrove. Deve essere il titolo dell’opera. Chi è l’autore?»

«Non saprei.» L’agente immobiliare aveva fatto spallucce. «Magari, con una mano di vernice. Se vuole.»

«No, mi piace. È particolare.»

Così Banti aveva acquistato quello per cui aveva - e avrebbe ancora dovuto, visto il mutuo sobbarcatosi - lavorato anni: una casa sua, infine, a due piani, con giardino. E un attico orbo. Una menomazione trascurabile, anzi, una stortura piacevole per lui, ragioniere, sempre incasellato nella rigidità di numeri e percentuali.



Anche quella sera, un mese dopo il trasloco, se ne stava immerso nei conti. Era aprile, tempo di dichiarazione dei redditi. Tempo, per Banti, di straordinari. A casa e di sera. Mucchi di sette e trenta affollavano la scrivania nell’attico, ormai il suo secondo ufficio.

La mezzanotte battuta sorda da una campana lontana lo destò dal torpore matematico. Tirò fuori la testa da pile di fatture, si stiracchio e sbadigliò.

Fu allora che la vide: una luce, tremula e fioca, attraversava lenta il bosco di Malerba.

Ladri, forse? , si interrogò. Ma quando capì, nonostante il depennato pericolo, rabbrividì: stava guardando attraverso l’altra finestra.

[arcobaleno d'inchiostro] - Fobie parallele di Veronica Sarno (incipit)

Fobie parallele
Veronica Sarno

Alessia, mentre tornava da scuola, si sentiva osservata, accelerò il passo, ma la sensazione non sparì, finché non vide dei grandi occhi illuminati di un’intensa luce rossa che la fissavano intensamente e la guardavano da ogni angolazione, aveva paura, quegli strani occhi, solo degli occhi…non vi era altro…, la trivellavano con lo sguardo dal basso, dall’alto, dietro, davanti, ovunque, la trapassavano come se fossero dei raggi X, ovunque si girasse avvertiva quegli occhi…così sadici e disonesti, inquietanti; non sapeva dove nascondersi, vide un cunicolo e vi si infilò, e appena dopo qualche metro sentì ridere, ridere forte, era la risata della faccia di un pagliaccio, c’era solo la faccia dal collo in sù la guardava con quegli occhi disegnati di lacrime, quella palla rossa al posto del naso e quei denti finti disegnati, la guardava fissa e rideva, chiaro che ridesse di lei, lei si girava e la faccia compariva proprio là dove Alessia si era girata, per scansarla, allora corse nel cunicolo, ma la faccia dinanzi e gli occhi dietro la seguivano….,

sabato 8 agosto 2015

[arcobaleno d'inchiostro] . Illusio Mentis di Tiziano Fares (incipit)

Illusio Mentis
Tiziano Fares

Le calde giornate di Agosto rendevano bollente l'asfalto delle strade della piccola cittadina di Gradys. " Il ragazzo dei giornali " procedeva spedito sulla sua bicicletta e con rapido movimento estraeva, dalla sacca che portava sulle  spalle, i quotidiani lanciandoli nei giardini dei vari abbonati come un arciere che dalla sua faretra estraeva frecce da scoccare poi verso i vari bersagli.
La famiglia Silver era seduta al tavolo del soggiorno per la colazione. Una famiglia composta da tre elementi: mamma Clara, papà Stan ed il piccolo Samuel. Ad un tratto un tonfo proveniente dalla porta d'entrata attrasse la loro  attenzione. Stan si alzò dal tavolo e con disinvoltura esclamò: " quel ragazzino dei giornali potrebbe stare un po' più attento... oggi la porta, domani la finestra ed allora si che mi arrabbierò! ". Aprì la porta, raccolse il giornale che  giaceva sul pianerottolo mettendolo sotto al braccio e tornò al tavolo del soggiorno chiudendo la porta dietro di se con il piede.
Si mise seduto e cominciò a leggere le notizie: " un altro bambino scomparso, in sette giorni questo è il terzo, veramente una brutta storia... " abbassò leggermente il giornale e fissando suo figlio Samuel continuò : " Sammy per  un po' ti chiedo di non rimanere fino a tardo pomeriggio con i tuoi amici a giocare, non sappiamo cosa sta succedendo in città, va bene?" Samuel annuì rattristato all'idea di non poter continuare il torneo di biglie con i suoi amici  che solitamente si protraeva fino al tramonto ma la sua tristezza durò quasi un solo istante quando suo padre, mostrando due biglietti davanti ai suoi occhi disse:" Si Sammy non far tardi che il circo stasera ci aspetta! ". Era da  poco arrivato infatti in città un circo itinerante. La madre di Samuel, Clara, non era molto contenta dell'idea del circo però per non rovinare la sorpresa di Stan decise di non dire nulla. Non si perdonerà mai il suo silenzio.